Seurat ha ventiquattro anni e ha appena finito “Una baignade ad Asnières”, il suo primo grande quadro, rifiutato dal Salon de Paris. Sta già pensando al successivo: più grande, più ambizioso. Il soggetto lo trova a pochi passi da casa, sulla riva opposta della Senna: l’isola della Grande Jatte, dove i parigini della domenica passeggiano, remano, prendono il sole.

Ci lavora per due anni. Al mattino esce a disegnare dal vero, seduto nel parco per ore a osservare le persone una per una. Nel pomeriggio e la sera lavora in studio, a lume artificiale, sulla tela definitiva. Prima di arrivare al quadro finale produce quasi sessanta studi: ventotto disegni e oltre trenta piccoli oli su pannello, ciascuno dedicato a una figura, un gruppo, un angolo di prato.

Il metodo che sviluppa in quegli anni parte dalle letture di Michel-Eugène Chevreul, chimico che nel 1839 aveva descritto come due colori vicini si influenzino a vicenda sulla retina, e di Ogden Rood, che aveva applicato quella teoria alla pittura. Da lì ricava una regola semplice: non mescolare i colori sulla tavolozza. Deporli puri, uno accanto all’altro, e lasciare che sia l'occhio a fonderli.

Il risultato sono duecentoventimila piccoli tocchi di colore puro, undici tinte base mai fuse dal pennello, deposti uno alla volta per mesi su una tela di oltre sei metri quadrati. Da vicino i punti restano separati, ognuno del proprio colore. Il verde del prato si forma solo a distanza, quando l’occhio unisce i punti gialli e blu che lo circondano.

Nel quadro compaiono oltre quaranta figure, immobili, disposte con precisione quasi geometrica. Seurat lo espone per la prima volta nel 1886, all’ottava e ultima mostra degli impressionisti: è lì che il critico Félix Fénéon conia il termine “neo-impressionismo” per descrivere il suo lavoro. Il pubblico è meno generoso: molti lo trovano rigido, artificiale, quasi meccanico. Il nome “puntinismo” nasce in quegli anni come presa in giro. Seurat non lo adotta mai: preferisce parlare di “divisionismo”.

Oggi il quadro si trova all’Art Institute of Chicago, dove è arrivato nel 1924 grazie al lascito di Frederic Clay Bartlett. È uno dei dipinti più visitati del museo.

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Colori, la tavolozza fissa che Seurat applica a ogni opera, mai fusi dal pennello

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Grandi tele, i quadri monumentali completati in tutta la carriera, quasi uno all'anno

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Anni di lavoro nel metodo, dal 1884 alla morte, nel 1891

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Anni l'età di Seurat quando muore, un anno dopo l'ultima tela, rimasta incompiuta

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